Sapete quanto ami le lingue, eccovi il racconto di come le ho imparate, nel caso ve lo foste perso…
La prima parola in una lingua straniera la imparai all’età di 4 anni e fu “pizzitangulu” (mi raccomando nel pronunciarla aspirate bene la “t” altrimenti non rende bene).
Ero a Monasterace marina, un paesino in provincia di Reggio Calabria, per le consuete vacanze estive.
Per strada c’erano dei grandi e spogli negozi di frutta e verdura, che più che negozi sembravano hangar aeroportuali. Ricordo tutto come se fosse ieri, erano al piano terra di palazzi iniziati e mai terminati in mattoni e calce a vista con gli spuntoni dei cavi sui tetti e tenevano esposte in queste grandi casse di legno montagne su montagne di enormi frutti, e spesso ci si fermava a comprarli oppure li si scambiava con i fiori di zucchina dell’orto di mio nonno e io me ne stavo lì tutta intenta a cercare di tradurre queste conversazioni tra mio padre e i venditori e fu così che un bel giorno finalmente capii che si trattava di Angurie. Tempo dopo scoprii che nella locride le chiamano “zipangulu”, mentre altrove semplicemente “miluni” e ricordo che rimasi affascinata da cotanta varietà linguistica.
Ecco, questo fu il mio primo approccio con le lingue straniere e i viaggi.
Il massimo dell’esotico vissuto in quegli anni può essere sintetizzato in 3 elementi: i fichi d’India davanti a casa di mio nonno, la pubblicità del Caldobagno (che poi ho scoperto essere stata girata a Maiorca d’inverno) e la Lambada, che ricordo di aver ascoltato per la prima volta durante un veglione di Capodanno all’Hotel Royal di Torino, avrò avuto 6 anni al massimo e all’epoca non sapevo quanto questa hit avrebbe segnato le mie scelte future.
La seconda parola fu “souvenirs” e risale all’epoca del mio turismo religioso/medico, anche se il termine più appropriato sarebbe pellegrinaggio forse.
Andò più o meno così: all’età di 8 anni persi la vista dall’occhio destro e la mia famiglia non sapendo bene se affidarsi ai medici o a Dio pensò di provarle entrambe.
Il mio primo volo in aereo fu infatti a Lourdes e sebbene non sortì l’effetto sperato, ci portammo a casa un sacco di belle statuette con l’acqua della Madonna più vari oggettini da regalare ad amici e parenti. I miei, resosi dunque conto che il Signore aveva altri impegni più urgenti, decisero di affidarsi alla medicina tradizionale e iniziarono a interpellare qualche decina di luminari dell’oculistica in giro per l’Europa.
Fu così che iniziammo finalmente a viaggiare oltre la Calabria e dunque caricammo la Ritmo grigia metallizzata e partimmo in direzione di Grenoble da Zia Gilda, la cugina di mia nonna emigrata qualche decina di anni prima, ricordo con grande felicità le zollette di zucchero comprate nei mega supermercati francesi che all’epoca in Italia non erano ancora arrivati.
Poi fu la volta di Ginevra e infine Lione.
Il punto e’ che negli anni ’90 non esisteva google translate e i miei con le lingue straniere come potete ben immaginare non è che se la cavassero granché bene, anzi non se la cavavano proprio. Fu così che imparai sulla mia pelle la massima “fare di una disgrazia un’opportunità” e dovetti cimentarmi col mio francese assimilato grazie alle uscite settimanali della DeAgostini comprate in edicola.
L’adolescenza la passai in costante crisi d’identità, ero brava in francese (e ci credo!!), ma l’inglese proprio non mi entrava in testa.
Finché non conobbi Mia, una compagna di classe bravissima, lei sì che aveva un nome esotico per quegli anni, perché veniva dall’ex Jugoslavia, più precisamente da Sarajevo, era fuggita dalla guerra dei Balcani e viveva in una casa della parrocchia in zona Lucento, alla periferia ovest di Torino.
Se penso al suo racconto di come riuscì con la sua famiglia a scappare e ad arrivare in Italia mi vengono ancora i brividi, ma questa è un’altra storia. Dunque dicevo, Mia era bravissima in tutto e soprattutto in inglese, le piacevano un sacco sia Michael che Janet Jackson e conosceva tutte le loro canzoni a memoria. Io iniziai a frequentarla, ero così affascinata dalla sua bravura e dalle storie che aveva da raccontare!
Ed è solo grazie a lei che feci finalmente pace con questa lingua. Cominciai a cantare canzoni di continuo e scoprii che ero anche intonata. Di notte poi, prima di addormentarmi, mi concentravo ardentemente e cercavo di immaginare una Doriana sicura di sé che parlava fluentemente inglese. Il mio insegnante di filosofia, il professor Gentile, diceva sempre di fare attenzione a ciò che desideriamo perché potrebbe realizzarsi.
E grazie a Mia e alla mia nuova fiducia in me stessa i prof. delle medie mi diedero il benestare per iscrivermi al linguistico e io mi sentivo super gasata, finalmente avrei potuto dimostrare tutta la mia bravura.
Se non fosse che lì conobbi Elisabetta, un altro fenomeno in inglese, in prima superiore lei aveva già collezionato una decina di vacanze studio con l’EF, ma quando provai a chiedere ai miei di mandarmici, la risposta fu che non avendo sedi in provincia di Reggio Calabria non era possibile che io passassi con loro l’estate. Io lì per lì ci restai male, ma poi capii che non c’era trippa per gatti.
La mia occasione per viaggiare però arrivò poco dopo, quando partecipai al casting per il gruppo teatrale della scuola e per mia grande felicità fui presa. E sapete come? Cantando “You are not alone” di Michael Jackson.
Con loro iniziai a fare teatro in francese e in spagnolo e ad andare in tour per l’Europa. In quinta superiore arrivò la borsa di studio del progetto Leonardo da Vinci e andai così a lavorare e studiare a Malaga per un paio di mesi e rimasi folgorata da questa meravigliosa lingua e dalla magnifica Spagna.
Finito il liceo decisi di iscrivermi a lingue e di dedicarmi allo spagnolo e al portoghese perché a Malaga avevo conosciuto dei ragazzi di Porto e sentendo loro parlare pensai che il portoghese era decisamente una figata e cavoli, finalmente avrei potuto cantare bene “la Lambada”.
Però, le mura dell’università mi stavano strette ed ero convinta che per imparare una lingua la cosa migliore fosse viaggiare e quindi iniziai a lavorare come animatrice/assistente turistica in vari paesi e fu così che potei finalmente dare vita al mio sogno di vedere il mondo.