È iniziato tutto un pomeriggio caldissimo di inizio novembre su una spiaggia deserta dell’isola di Sal, a Capo Verde. Ero lì con Chiara. Ci eravamo conosciute l’anno prima in Egitto e tra di noi era nata subito una bella amicizia, tanto che poi avevamo deciso di partire insieme per quella vacanza.
Avevamo 20 anni e la testa un po’ matta.
Entrambe avevamo già vissuto l’ebrezza di vivere da sole all’estero e tutto ciò che desideravamo era continuare a esplorare il mondo a modo nostro, quindi eravamo tornate in Italia sapendo che non ci saremmo potute fermare a lungo.
Tornando a quel pomeriggio, ci eravamo allontanate dalla zona turistica di Santa Maria per dirigerci in una spiaggia a detta di molti paradisiaca e incontaminata. E dopo un po’ ci eravamo arrivate. C’eravamo solo noi, le dune di sabbia e l’oceano impetuoso, finché a un certo punto in lontananza scorgiamo la sagoma di una persona.
Ci passa davanti, ci fa un cenno con la mano e, come spesso capita all’estero tra connazionali, ci riconosciamo all’istante dal modo di gesticolare e iniziamo a chiacchierare.
Quasi subito scopriamo che casualmente Claudio, credo si chiamasse così, è il responsabile di un’agenzia di animazione di Bologna e lì su due piedi ci propone di partire il mese successivo. C’è un villaggio italiano in Thailandia, dice, e stanno cercando animatori con esperienza. Noi quella ce l’eravamo fatta in Egitto, altroché, ma a me l’idea di partire per il sud est asiatico non è che allettasse particolarmente.
Rifiuto l’offerta. Chiara, invece, esaltatissima accetta.
Un paio di settimane dopo mi chiama Chiara e mi dice di aver ricevuto la telefonata di Claudio. Erano i primo di dicembre del 2004, era sera, ero chiusa in camera da ore, stavo studiando per l’esame scritto di Lingua Spagnola 1 (il primo lettorato, doveva andare bene a tutti i costi).
Chiara è agitatissima, mi dice che Claudio le ha proposto un’altra destinazione e che volendo ci sarebbe posto anche per me. Al che le dico che ho promesso ai miei che sarei rimasta almeno qualche mese per dare un po’ di esami e che se ne sarebbe riparlato l’estate dopo. Ma Chiara insiste, mi prega di lasciarla parlare e senza concedermi alcuna possibilità di replica mi dice che da lì a 3 settimane saremmo potute partire per Punta Cana, Repubblica Dominicana.
Metto giù il telefono e affogo un urlo di gioia. I Caraibi erano da sempre stati il mio sogno. Non potevo ancora crederci, come avrei potuto lasciarmi sfuggire un’opportunità del genere, quindi impugno la maniglia della mia stanza pronta a iniziare l’opera di convincimento più faticosa della storia.
La risposta non si fa attendere ed un sontuoso NO.
D’altra parte avevo giurato, mi sarei dedicata solo all’università per un po’, ma cacchio si tratta dei Caraibi, quindi non demordo, insisto esponendo tutti i vantaggi del poter vivere in un paese di lingua spagnola. Certamente avrei potuto migliorare e sostenere gli esami con più facilità. E poi si trattava solo di 5 mesi. In primavera sarei rientrata e avrei recuperato.
Dopo alcuni giorni di ferma insistenza (i figli sanno essere tenaci con i genitori quando vogliono ottenere qualcosa e lo so ancor di più ora che sono mamma), nonostante le mie orecchie non avessero mai udito un vero e proprio SI, avevo capito che SI, ce l’avevo fatta. Sarei potuta partire.
Evviva!
Una settimana prima della partenza ci contatta Claudio per dirci che la destinazione era cambiata ancora, ci avrebbero spedite a Varadero, Cuba. Ci sentivamo un po’ dei pacchi in quel momento, in effetti. Non ho mai capito che cosa combinassero in quell’agenzia, ma tant’è!
Due giorni prima della partenza, quindi il 21 dicembre mi viene comunicato un ulteriore cambio, a me viene assegnata una nuova destinazione: Cayo Largo. Chiara, invece, sarebbe partita per Varadero. Ora, io all’epoca non sapevo nemmeno dove fosse questo posto, Cayo che?
Quindi accendo il modem in tutta fretta, quanto era lunga l’attesa per potersi collegare a Internet Explorer nel 2004? ero trepidante, non vedevo l’ora di sapere dove sarei finita. Quando finalmente riesco ad accedere a maps, devo zoomare parecchio prima di poter intravedere quest’isolotto minuscolo e sperduto del mar dei Caraibi. Confesso che lì per lì ci resto davvero male. Dalla mondana e vivace Varadero all’isolata e selvaggia Cayo Largo.
Tralasciando le vicissitudini della partenza da Malpensa (magari un giorno ve ne parlerò), il 24 dicembre con 23 ore di ritardo finalmente il nostro volo Blue Panorama atterra a Cayo Largo del Sur e insieme alla mia nuova amica e oggi sorella del cuore, Martina, mi domando come avrei fatto a restare 5 mesi su quel fazzoletto di terra isolato.
I mesi passavano e io non avevo nessuna voglia di lasciarlo quel fazzoletto di terra, avevo sviluppato una dipendenza per quella natura incontaminata, quei ritmi semplici, quelle serate alla bolera dove i conti si facevano con carta e penna, per quella minuscola discotechina che custodisce le serate più divertenti della mia vita, per quegli affascinanti ritmi tradizionali, son-mambo-guaguancó e quel nuovo ballo che arrivava da Puerto Rico e che prometteva di spopolare in tutto il mondo. Era appena uscita la nuova di Daddy Yankee, la Gasolina e ne andavamo già tutti matti.
Avevo stretto amicizie che a distanza di 15 anni sono ancora lì e so che ci saranno per sempre. Non dimenticherò mai i pomeriggi a tumbar cocos (tirar giù i cocchi) o le pedalate su quelle bici sgangherate, le serate in aeroporto ad aspettare quei voli, “speriamo di sbrigarci presto e andare a dormire ad un orario decente”. Le giornate in catamarano e quei momenti in cui potevamo assaporare un po’ della vera Cuba, all’Havana o a Trinidad. Il guarapo, le lezioni di cockteleria, i due uragani (no quelli li avrei evitati volentieri). Le feste in spiaggia, le spedizioni da Coki e Caribe, i due coccodrilli dello stagno, la schiusa delle uova delle tartarughe. Ma credo che potrei andare avanti all’infinito.
Quei mesi da 5 erano diventati 8, poi 11.
Per ben 2 volte eravamo dovute tornare in Italia, solo una settimana, perché il visto per lavoratori ci aveva messo 4 mesi ad arrivare. Era stata una mezza tortura. Cayo Largo aveva rapito il nostro cuore e non c’è giorno che io non pensi a quel meraviglioso pezzetto di mondo che sarà per sempre il mio posto preferito su questa Terra.
Cuba fa questo effetto: prima ti incanta, poi ti seduce con la sua personalità unica e travolgente e poi ti ruba l’anima per sempre, e tu non puoi fare altro che desiderare di tornarci una y otra vez, para siempre.
Cuba es Cuba y como ella no hay ninguna.
Mi Cuba, te extraño.